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Quando l’autunno penetra nell’anima
Basta che l’autunno penetri un poco più a fondo, quello vero, avvolto nel suo scialle grigio, senza il suo mantello dorato, senza il suo velo scintillante, senza il vento indolente che gioca tra le sciarpe, senza il sole tremante nelle pozzanghere, e vorresti soltanto chiudere tutte le porte, non lasciare entrare nessuno, né in casa, né nell’anima.
Sulle corde rauche di novembre, lungo le grigie vene dell’asfalto, sul cemento che divide la città in quadrati di finestre e pareti, non passa più alcuna nota di giugno, né il pennello luminoso di luglio. A novembre rimane soltanto il crepuscolo, senza emozioni, senza colori, senza foglie.
Vorresti soltanto affondare il viso nel cuscino, dormire nel tuo letto fino alla prima neve, senza pensare che sarà così per tutto il mese, di settimana in settimana, soltanto grigiore, pioggia e gelo, che tremano sui rami ormai spogli, insieme a questo cuore inquieto e malinconico, così simile a un uccello prigioniero in gabbia.
Vorresti soltanto un poco di pace, per non vagare, tra le grigie mani delle stanze, in un passato senza fine che ormai nessuno ricorda. Per non cullare ancora le tue speranze, morte da tempo e diventate polvere.
Vorresti soltanto riposare per un intero novembre, e poi, insieme alla tormenta di neve, spiegare finalmente le ali.
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